Questo di Prandini è il più arduo e sorprendente dei suoi lavori, arduo in senso letterario, conoscitivo, morale e spirituale.
E pur essendo un poema che mima il ’200, è in realtà un’opera di avanguardia. Scritto in terzine dantesche, ha dovuto scavare e sudare negli immensi giacimenti di una lingua impareggiabile e ricca come nessuna, che contiene secoli di storia, riesumando da archeologo parole e ritmi morenti sotto cumuli di banalità e di approssimazione, in totale controtendenza con la cancel culture attuale e la resa a una lingua pasticciata, scivolosa e omologante come l’inglese.
C’è un immenso valore morale ed esemplare in tutto ciò: grande dedizione, tenacia e fatica, una disciplina da certosino medievale, contro ogni sperimentalismo poetico spesso scarno di contenuti e di forma.